Silke Langenberg: «Tutto ha valore!»

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Silke Langenberg: «Tutto ha valore!»

Pubblicato 06 settembre 2023

Silke Langenberg: «Tutto ha valore!»

All’EPFZ, Silke Langenberg propone un corso di riparazione. Gli studenti e le studentesse portano un oggetto danneggiato e devono ripararlo. È un modo per avvicinarli alle complesse problematiche del progetto di salvaguardia.

 
Marc Frochaux, caporedattore TRACÉS


La sua cattedra all'EPFZ è dedicata alla gestione del patrimonio edilizio, all'inventario e alla valutazione dei monumenti storici, alla teoria e alla storia. In un tale contesto, propone un corso pratico che consiste nel riparare oggetti. Da dove viene questa idea?

La riparazione è un concetto comune nella conservazione del patrimonio edilizio; non è in discussione, in quanto contribuisce a preservare la sostanza originale, contrariamente al restauro o alla ricostruzione che comportano naturalmente sostituzioni o modifiche. Tuttavia, abbiamo notato che il ruolo della riparabilità era sempre meno importante nel campo delle costruzioni. Gli architetti progettano oggetti senza prendere in considerazione la loro manutenzione a lungo termine. Un tempo si realizzava un edificio e, dopo una prima fase d’uso, era necessario rinnovarlo, ripararlo prima di passare alla fase successiva. Attualmente, dopo questa prima fase, l'edificio troppo spesso viene demolito. L’idea del corso è condurre alla fase successiva: formare gli studenti e le studentesse a pensare più a lungo termine, al modo di ripristinare e persino decostruire. Riparando da soli un oggetto, ci si rende conto di quanto sia difficile riparare qualcosa che si riteneva essere immutabile.


Come funziona il corso e qual è l’obiettivo che si prefigge?

Gli studenti e le studentesse portano un oggetto danneggiato e devono sviluppare un concetto: la riparazione deve essere visibile o no? Deve essere valorizzata in modo particolare? L’oggetto sarà percepito diversamente? In questo modo gli studenti e le studentesse apprendono come sono fatte le cose, scoprono materiali storici e tecniche di produzione. In base agli oggetti, ci siamo avvalsi del know-how di artigiani o tecnici dei materiali, talvolta di designer, aziende di arredamento, ecc. Quando abbiamo bisogno di produrre parti di ricambio, collaboriamo anche con alcuni fablab. Il corso, però, non verte sull’oggetto in sé, quanto piuttosto su qualcosa di immateriale: si tratta soprattutto di apprezzare e riconoscere valori, di identificarli e di reagire in modo appropriato. L’obiettivo è acquisire una certa esperienza concreta nel campo della riparazione e consentire il trasferimento all'architettura e all'attività professionale.


Come si realizza esattamente questo trasferimento?

Se adesso insegno a una persona a disegnare, suppongo che lo saprà fare nel semestre successivo, no? Una volta eseguito questo esercizio, spero che comprenda l’idea e la trasferisca nell’architettura. Ho già tenuto questo corso a Monaco a livello di bachelor e ho potuto verificare nei progetti di laboratorio del master se gli studenti e le studentesse applicavano o meno ciò che era stato insegnato. Ha funzionato bene. Occorre sapere che gli studenti e le studentesse sono molto critici, pongono domande sulla durabilità, rifiutano la demolizione, ecc. Pertanto, molti partecipano al corso perché capiscono che i metodi di conservazione del patrimonio sono altrettanto adatti agli oggetti non protetti. Se si trattasse ogni oggetto come se fosse un monumento, probabilmente non lo si demolirebbe.

«Se si trattasse ogni oggetto come se fosse un monumento, probabilmente non lo si demolirebbe.»


Non capisco molto bene come fa a stabilire un legame tra questo esercizio e la valutazione patrimoniale. Dove comincia e dove finisce il patrimonio?

Se partiamo da questa posizione, non resta che giudicare quali valori sono determinanti per la conservazione di un oggetto. In base al motivo, posso trattare un edificio in modo molto diverso: se è protetto solo per ragioni urbanistiche, posso svuotarlo dall’interno. Se è protetto perché presenta una modalità di costruzione particolare, per me è importante più che altro la sua concezione. Non si dovrebbe vietare di trasformare un oggetto solo perché è iscritto nel patrimonio culturale: molti edifici recenti sono stati progettati per essere trasformati e devono rimanere flessibili. E poi, naturalmente, ci sono oggetti che devono essere assolutamente conservati così come sono, perché hanno un valore di memoria o culturale particolare.

Sono questi gli aspetti di cui discutiamo con gli studenti e le studentesse nel seminario. In base agli oggetti che portano, e al loro valore, diciamo loro: «lascia fare a un professionista» (è il caso del restauro), oppure «è magnifico, fai il meno possibile, prova a conservare il massimo», oppure «c’è molto materiale, molto lavoro che non bisogna buttare via. Ma in fondo puoi trasformarlo completamente.» Altri oggetti hanno uno scarso valore materiale, ma un buon design di cui si deve mantenere lo spirito. Pertanto, è importante sviluppare un concetto in base all’oggetto e al suo valore. E questo ci porta esattamente alle questioni patrimoniali o alla costruzione nelle strutture preesistenti.


Conta di tenere un corso di riparazione simile, ma incentrato sull’architettura?

Per il momento è un’idea troppo difficile da realizzare. Ma in un altro corso pratichiamo la riparazione in loco: nel prossimo semestre autunnale partiremo per l’hotel Schatzalp di Davos e ripareremo con gli studenti e le studentesse una camera e i suoi arredi, per imparare in situ ciò che si fa solitamente in laboratorio. Il corso si intitola «Keep in place», perché non vogliamo praticare il riciclo. Si tratta di smontare un oggetto (finestre, porte, ecc.), ripararlo e rimontarlo al suo posto. Il riciclo va molto di moda in questo momento e sono un po’ critica al riguardo. Il nostro principio è innanzitutto «reduce», soltanto dopo «reuse» e infine «recycle».

«Il riciclo va molto di moda in questo momento e sono un po’ critica al riguardo. Il nostro principio è innanzitutto «reduce», soltanto dopo «reuse» e infine «recycle».»


Cosa si dovrebbe insegnare in una scuola di architettura?

Negli ultimi tempi sto constatando che alcuni studenti rifiutano di partecipare ad attività che ai loro occhi non hanno alcun senso. Se è previsto un concorso per un edificio che ne sostituisce un altro (nuova costruzione in sostituzione), progettano semplicemente nell'esistente e dicono: «Distruggere non è un’opzione.» E lo fanno con enorme sicurezza. Questo spirito critico a mio avviso è una qualità importante da sviluppare.

Ciò che mi interessa è insegnare a capire quando non è possibile fare qualcosa da soli, quando c’è bisogno di aiuto. Naturalmente è necessario sviluppare alcune competenze manuali: disegnare, costruire modelli, ecc., e la nostra specialità è ovviamente applicare principi e testi sulla tutela del patrimonio, padroneggiare le normative vigenti. Tutto questo, però, si può imparare molto rapidamente, basta leggere le «Linee guida per la tutela dei monumenti storici in Svizzera». Il nostro insegnamento consiste nell’interrogare gli oggetti, nel capirli. Non leggere un libro, ma leggerlo in maniera critica.


Ritiene che l’insegnamento attualmente dispensato nelle scuole risponda alle esigenze attuali e future?

Penso che sarebbe più interessante se si chiedesse sempre agli studenti e le studentesse di progettare nell'esistente. Molte e molti docenti di laboratorio all’EPFZ propongono progetti in costruzioni preesistenti. È positivo, ma in futuro, se vogliamo demolire meno, si dovrà costruire maggiormente nell'esistente. È molto più difficile, ma è più importante perché rientra nei compiti di oggi e di domani. Non parlo di statica o altro, ma di costruzione: come si costruiscono le cose, quali sono i loro principi di assemblaggio. La costruzione dovrà avere un impatto più importante rispetto alla concezione. La ricerca in questo campo avrà un ruolo fondamentale.


Può indicare un esempio di ricerca sulla riparazione?

Uno dei nostri dottorandi è interessato alle facciate high-tech. Si chiede come fabbricare pezzi di ricambio per questo tipo di facciate consultando ingegneri in meccanica, perché spesso le aziende non esistono più. Quindi, molto spesso si sostituiscono intere facciate perché i pezzi di ricambio sono fuori produzione o introvabili. A volte, però, è sufficiente sostituire cinque elementi.